venerdì 27 novembre 2020

Quante volte diciamo che stiamo arrivando al limite (di sopportazione di dolore)? Tante, e lo diciamo perché davvero stiamo male, davvero le cose sembrano troppo da sopportare. Eppure quando al limite ci arrivi davvero, la differenza la senti, e parecchio. Io ci sono arrivata. Non dico oggi, ma in questo periodo. Prima ho visto un mio vicino con in braccio la sua bambina e mi sono sentita spezzata dal dolore, dalla rabbia e dall'invidia. Posso sembrare parole fuorvianti in questo mesto periodo di covid, ma sono senza fiato, senza aria. Il dolore se la sta mangiando tutta. Continuo a guardarmi intorno e non riconosco più nulla. Mi sono resa conto che rimpiango persino la prima metà del 2018, che francamente mi ha stesa come livello di panico, eppure nulla era paragonabile a questo. La mia mente è un caleidoscopio di pensieri che mi fanno male: la solitudine, la salute di mia madre, la lite con mio zio, il mio futuro, il fatto di non aver nessuna entrata economica legata al fatto di non aver nessuna realizzazione personale. Guardo la mia casa e non la riconosco, non la sento più mia, o meglio mi ci sento a disagio, i rari secondi in cui sorrido  finisco con il sentirmi in colpa per mio zio. Il dolore aumenta ogni giorno, insieme alle lacrime, alla rabbia, alla nostalgia per gli anni passati, per quando la speranza era ancora un'opzione. Ora la casa mi sembra solo una serie di stanze ormai vuote, sempre più sporche. MI sento sola, capisco che non posso avere sostegno da mia madre, né da mio padre anche se per motivi diversi e mi sento senza speranza. Il limite è rendersi conto di provare un dolore talmente grande che non ci sta più dentro di me. Un dolore che per uscire però deve distruggermi, perché in questa fase io esisto solo tramite il dolore, non ho nient'altro. Non sono nient'altro.

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