Oggi è successo di nuovo quello che succede spesso: di fronte ad un'uscita programmata che sapevo già sarebbe stata brevissima, come infatti si è dimostrata- 25 minuti per l'esattezza-, sono riuscita a stare male quasi un'ora e un quarto prima. Non ho avuto un attacco di panico vero e proprio, ma uno stato di malessere altissimo con nausea e mal di pancia. Ogni terminazione nervosa mi mandava allarmi di allerta altissimi e io avevo la sensazione di dare i numeri, oltre che di stomaco, da un momento all'altro. Mi sentivo come se i miei organi interni fossero diventati una sorta di fusillo gigante: attorcigliamento a mille. E si vedeva anche dal di fuori, dal momento che mia madre mi ha detto che sembravo viola in faccia.
Comunque, andando a 5 chilometri all'ora, siamo arrivare a destinazione.
Una volta in paese, mentre aspettavo che mia madre facesse quel che doveva, ho fatto un mini giro, sono entrata in un negozio, e poi siamo tornate a casa.
Ci siamo fermate dieci minuti in cortile a prendere un po' di sole e un po' d'aria, poi mi sono ritirata per fare la ciclette. Non mi sono fermata volutamente a pensare a che disastro è stato questo pomeriggio, alla paura che non andrò mai oltre questo uscire in uno stato pietoso. Non ne avevo voglia, perché non volevo pensare a quello che comporterà sempre di più nella mia vita, in termini di rinunce e fallimenti. Non ci voglio pensare nemmeno ora, però non posso che ammettere quanto sia facile poi scivolare nella fantasia di riuscire a fare grandi cose, ma grandi sul serio, quelle che cambiano davvero la vita, la mia o quella degli altri. Sono fantasie di cui mi nutro, ne ho bisogno per andare oltre la desolazione della realtà. Fantasie… Tutto qui.
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