martedì 23 ottobre 2018

libri, passato e riflessioni

Questa sera ho cominciato a leggere un libro di Paolo Ruffini, telefona quando arrivi; un libro che, attraverso degli aneddoti personali racconta un po' l'infanzia e l'adolescenza dei ragazzi cresciuti tra gli anni 1980 e 1990. Ora io sono del 1984, ho sei anni meno di lui, eppure la maggior parte delle cose di cui parla le ho vissute anche io. Ad un certo punto si fa una domanda da un milione di dollari, e cioè se all'epoca fosse più felice solo perché era piccolo o se perché, effettivamente, si era più felici e basta, al di là dell'età, Be', non è una domanda semplice perché se la questione legata all'età può spiegare in parte quel senso di benessere, occorre prendere atto che sembrava davvero si vivesse in un modo più sano e che questo alla fine rendesse anche più sereni.
Non so, certo è che ogni volta che mi trovo davanti a riflessioni del genere, io ci resto appiccicata a lungo perché il concetto di serenità è così poco frequente nelle mie giornate che non posso che rimpiangere il passato. Oggi sono uscita per accompagnare mia madre, stavo malissimo, e non è una sorpresa. Ho fatto quello che dovevo, ma la paura per un futuro che non vedo, mi fa oramai perennemente compagnia. Per cui come posso non provare nostalgia di un passato che mi vedeva vera protagonista della mia vita?
Io pago qualcosa di personale, è ovvio, eppure leggendo i dati in merito alla diffusione della depressione, ansia, panico… non può sfuggire il fatto che il problema pare essere un filo oltre la mia storia. Diamo importanza forse a cose sbagliare, ma di sicuro, in qualche punto, abbiamo sbagliato qualcosa. Ho letto da qualche parte che i trenta/quarantenni sono la prima generazione di giovani che vive già nel rimpianto del passato piuttosto che godere del presente e sperare nel futuro, un modo di sentire tipico delle persone ormai molto anziane, meglio, di alcune persone anziane, perché altre conservano un entusiasmo eccezionale. Ci nascondiamo nel passato perché sa di morbida tenerezza, ci nascondiamo perché qualcosa ci spaventa. 
Un qualcosa che però, forse, dovremmo essere noi a cambiare.

Nessun commento:

Posta un commento