sabato 25 luglio 2020

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PRIMA…
 


 

- APRILE-

 

 

 

“Mi dispiace Miriam… io non so che dire…”, Diego se ne stava lì con un borsone. Ero appena uscita dalla doccia, i capelli erano ancora bagnati e gocciolavano sul pavimento. Fissavo Diego cercando di capire cosa volesse da me, la mia approvazione forse? Iniziai a tremare.

“Miriam, avanti vestiti. Ti prenderai un raffreddore così.”, si avvicinò cercando di tamponarmi i capelli con un asciugamano.

“Ti preoccupi per me adesso?”, gli chiesi con le lacrime agli occhi.

Lui guardò altrove.

“Mi dispiace.”

“L’hai già detto.”

“Perché è vero, non era mia intenzione farti del male. Però…”

“Però è successo. Senti, vado a vestirmi. Metteresti su un caffè?”

Diego sembrò confuso dalla mia richiesta ma acconsentì e quando io ritornai, alcuni minuti dopo, il caffè mi aspettava sulla tavola.

“Ti ho messo lo zucchero, due cucchiaini.”

“Perfetto.”

Guardava il suo borsone e l’orologio.

“Hai fretta?”

Non rispose.

“E con le tue cose come fai?”

“Ho già messo tutto negli scatoloni…”, e li indicò con un dito.

Mi venne da ridere fissando quegli involucri sparsi ovunque che vedevo da giorni.

“Certo, pensavo fossero ancora quelli del nostro trasloco.”

“Miriam io…

“Sì, ok, ti dispiace l’hai già detto più volte. Senti Diego, non sono nemmeno quattro mesi che ho mollato tutto per trasferirmi con te a più di mille chilometri da casa, e ora tu mi stai lasciando per andartene negli Stati Uniti con la tua socia, che è anche la tua nuova compagna. Che vuoi che ti dica? So che non era tua intenzione farmi soffrire, ma lo stai facendo. Vai. Punto.”

“E tu che farai?”

“Onestamente? Non ne ho la più pallida idea.”

Ed era vero.

 

Mezz’ora dopo mi ritrovai sola nella stanza. La luce che entrava dalla finestra rendeva tutto così vivo… così in netto contrasto con ciò che stavo provando.

Diego mi aveva chiesto quali fossero le mie intenzioni, ma come potevo saperlo? Nel giro di quattro mesi la mia vita si era ribaltata per la seconda volta, solo che nel primo caso era una decisione a cui avevo preso parte, mentre in quella ero solo una spettatrice passiva degli eventi. Lui mi aveva lasciata con una vita tutta da ricostruire in una città che non era la mia.

Il sole stava calando, e dalla finestra filtrava una luce aranciata che dava colore a tutto. Dove abitavo prima non si creavano effetti del genere. Era stato difficile per me decidere di seguire Diego, lasciare la mia città, gli amici. Ad un certo punto credevo non ce l’avrei nemmeno fatta, e invece eccomi lì. Chiusi gli occhi per un po', immaginando di rifare tutti i bagagli e tornare. Mi sforzai, ma la mia mente non riusciva a creare l’immagine.

Mi sentivo esausta. Non avevo la forza di prendere decisioni, non in quel momento.

 

Passai la prima settimana quasi sempre a letto. Poi un giorno, dalle finestre aperte il rumore delle onde del mare, sembrò chiamarmi e rimisi il naso fuori casa dopo giorni. Passeggiavo avanti e indentro, cullata dal ritmo del mare. Avanti e indietro, avanti e indietro.

Avevo sempre in testa Diego, ma come una specie di immagine statica, perché di fatto non riuscivo nemmeno a pensare. Alla fine della terza settimana, mi concessi ancora sette giorni, poi avrei dovuto almeno cominciare a ipotizzare che avrei fatto dopo.

Ma non ce ne fu bisogno, una delle scuole in cui avevo fatto richiesta mi chiamò per una supplenza.

Mi presentai all’incontro. La preside dell’istituto, un liceo scientifico, mi stava aspettando all’ingresso con un enorme sorriso.

“Miriam, è un piacere averla qui.”

“Anche per me.”, non era proprio la verità, ma non serviva che lo sapesse anche lei.

“Mancano poche settimane alla fine della scuola ed è stato un po' un problema trovare qualcuno.”, mi disse facendomi accomodare.

“Capisco.”, risposi io.

“Comunque, la classe scoperta è una seconda, ma l’avremmo contattata a breve per una supplenza annuale.”

“Annuale?”, chiesi stupita.

“Sì, abbiamo una docente che andrà in maternità.”, prese il fascicolo e continuò, “Triennio, italiano, latino, storia e filosofia su tre classi. Può interessarle?”

 

Risposi di sì senza nemmeno pensarci due minuti, per cui alla fine, fu la preside di quell’istituto a decidere per me; sarei rimasta.

Avrei insegnato, per cui sarei rimasta. A conti fatti mi sembrava una motivazione più che valida, non era certo il caso di rifiutare un lavoro di quei tempi, no?

Per una volta avrei agito anche io d’impulso.

In ogni caso, un anno sarebbe passato in fretta.

Più o meno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

*****

 

 

 

Non ce la faccio più. Sono arrivato al punto che non voglio più nemmeno vedere il mio riflesso nello specchio alla mattina perché non mi riconoscerei. Odio questa situazione, odio esserci finito in mezzo senza essere stato interpellato e odio non sapere come stanno davvero le cose, perché è evidente che qualcosa mi è stata taciuta. Lei non c’è, è fuori a fare una passeggiata e l’unica cosa che riesco a pensare è che un po' d’aria non può farle male, però non si può andare avanti così. È da ingenui sperare che l’estate porterà qualche miglioramento? Forse sì, ma non so davvero a che altro aggrapparmi.

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