Lo sentivo che stava andando tutto a ramengo, che la situazione in cui sono, ero, non sarebbe durata ancora per molto, ma non pensavo andasse così. Questa mattina ho dovuto accompagnare mia madre in paese, una fatica uscire di casa questa mattina che è inutile dire, talmente forte che era da ieri sera che ci pensavo, temendo di non farcela. Invece ti fai forza, qualche goccia e via… doveva andare dal dottore per qualche ricetta, alla fine credo abbiano parlato quasi solo di me. Il discorso è stato lungo, ma la sintesi a cui è giunta la dottoressa è:
1. io devo scendere tra i comuni mortali e fidarmi della gente. Certo, perché in effetti se non mi fido degli altri è proprio perché io mi considero chissà dove lassù in alto… non perché l'ho sempre presa in quel posto da tutti, non perché cresciuta con tre adulti da cui non ho mai avuto un sostegno perché mia madre piange, mio padre urla, mio zio non capisce e ride di fatto dall'inizio di tutta questa fantastica avventura. E prima? be' prima per un gioco di ruoli ero la seconda vera adulta a fianco di mia madre, anche se avevo 12 anni. Non mi fido perché da quando ho cominciato a stare male non ho sentito che sgridate e rimproveri, e guai a piangere davanti a loro perché, di nuovo, una piangeva l'alto urlava, il terzo non pervenuto. Non mi fido perché non ho mai avuto sostegno e alla fine non mi fido nemmeno di me stessa, altro che scendere tra i comuni mortali, e queste risposte, che dimostrano di non aver capito un tubo, mi fanno sentire ancora più impaurita e sola. In un momento in cui sono già terrorizzata di mio.
2.La questione della perdita di peso continua a tenere banco, sebbene nel giro di pochi giorni, le ipotesi continuino a cambiare, con sentenze poco lusinghiere nei confronti delle altre opzioni/ teorie (tutto detto da 'specialisti', il che, anche in questo caso mi porta a dire, fidarsi ma di chi??? e come?). Sembra diventata pressante all'improvviso, e ogni volta che se ne parla, chi lo fa, si dimentica che il mio vero problema è che per uscire di casa sono sull'orlo del collasso ogni volta.
3. cambiare ansiolitici, che di per sé ci potrebbe anche stare, se non che di nuovo tutti si dimenticano, stando all'alternativa che mi è stata proposta, come funzionano i miei attacchi di panico.
4. sì, si direbbe che questi 7 anni di psicoterapia non sia serviti ad un cazzo, se avrò circa una decina di attacchi di panico forte alla settimana più un'altra decina un po' meno forte. Può essere, di certo non esco da questi anni come avrei voluto, ma di certo non sono più nemmeno come ero. E ogni volta, e sono sempre, di più, che esco di casa, seppur traballante, per fare una commissione, me ne rendo conto pensando a quando uscivo di casa una media di 2 volte al mese.
PERò, E NON è PRESUNZIONE LA MIA MA UNA PRESA DI COSCIENZA, NESSUNO DI QUELLI CHE HO INTORNO CAPISCONO NEANCHE LONTANAMENTE COSA PROVO AD ESSERE SEGREGATA DA QUESTI PENSIERI DA 17 ANNi, pensieri che mi impediscono di vivere normalmente, con i quali combatto ogni cazzo di minuto, contro i quali ho vinto qualche battaglia, ma che annebbiano ancora tutto. Andare alla porta di casa e fare avanti e indietro 10 volte prima di capire che non ce la farò ad uscire, o uscire e stare di merda, ritornando a casa come se avessi compiuto una battaglia epocale, e la battaglia la sto combattendo davvero. MA DA SOLA, e non può che essere così, perché non posso dire a nessuno cosa provo, perché una piange, uno urla, l'altro ride. Non posso dire di quante volte mi guardo allo specchio e mi sputerei in un occhio per quello che sono diventata, per la solitudine che sento e che mi viene confermata ogni giorno. E a chi posso dire di come mi sento quando magari per una volta vado e vengo senza essere sull'orlo del collasso, ma mi sento svuotata, perché mi sento vittoriosa su una cosa che dovrebbe essere banale? LA mia vittoria c'è, ed è che per fortuna, almeno per ora, sono riuscita ad evitare che tutto degenerasse in un'agorafobia che mi avrebbe tappata in casa senza eccezioni. Ma nessuno può capire davvero la mia guerra e la mia fatica dopo 17 anni di questa cosa. Nessuno capisce e io ho imparato a piangere da sola. Ho imparato perché prima cercavo un supporto, che non c'è stato.
E allora piango da sola, davanti ad una porta da cui non riesco ad uscire, davanti ad un semaforo che non riesco ad attraversare.
Piango da sola e lo so che mi sto perdendo la vita, lo so benissimo ogni volta che ci metto più di mezz'ora a percorrere in auto meno di un chilometro. E piango da sola per evitare, dopo essermi sentita dire che mi sto rovinando la vita, che la sto rovinando anche ai miei. E piango da sola per le amiche che ho perso, per il ragazzo che non ho mai avuto, per tutto quello che ho perso. Piango fino a che ripenso alla forza che ho avuto per non mollare del tutto, sebbene nessuno abbia mai capito davvero e spero di averne ancora un po', per oggi, per domani… per riuscire almeno a credere che conquisterò un pezzettino di libertà in più.
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