martedì 14 novembre 2017
calcio e sogni
In queste ore è difficile non pensare al calcio. In effetti la delusione per questo mondiale sfumato aleggia nell'aria, sebbene la stessa sia pregna di fatti più seri e drammatici. Ma è così, quella palla aiuta a sognare. Unisce all'insegna di un sogno. Ho sentito alla tv dire che tutti noi abbiamo il ricordo del mondiale che ci è entrato dentro per primo da bambini e che questa generazione ne sarà priva. Nel mio caso conservo qualche vago ricordo di quello del 1994. Ma il calcio faceva parte dell'aria che si respirava quotidianamente, anche per chi, come me non era una gran tifosa. Perché in effetti non lo sono, o per lo meno, rispetto alla serie A, ho una simpatia per la squadra tifata da mio padre ma al di là delle squadre in particolare, è l'idea del calcio in generale che mi piace. Uno sport capace di unire e coinvolgere, o almeno così dovrebbe essere. Prendere a calci un pallone... che c'è di più istintivo anche nei bambini? Ha la magia di un rito che unisce.
Ma, come per ogni cosa, io tendo a rileggere ogni avvenimento alla luce della mia esperienza.
E in base a questo posso dire che da che ho cominciato a stare male, ogni partita importante, per me diventava altro. In una sorta di rito scaramantico e propiziatorio mi dicevo "Se l'Italia vince, io starò meglio.", ricordo ancora nel 2006 dopo la nostra vittoria il senso di smarrimento di fronte all'idea che forse anche altri, in altre nazioni sconfitte, avevano affidato le loro speranze a quel risultato e a quanto potessero, in quel momento, essere delusi, o tristi.
Sono passati 11 anni da allora, io sto un filo meglio ma la mia vita continua a fare acqua da tutte le parti, e quella strana e bizzarra empatia mi è rimasta incollata addosso. Quest'anno non ci saranno più partite in cui sperare, ma ci saranno altri momenti, altre storie, altri sogni.
E nel frattempo, speriamo, una vita vera da vivere.
Ma, come per ogni cosa, io tendo a rileggere ogni avvenimento alla luce della mia esperienza.
E in base a questo posso dire che da che ho cominciato a stare male, ogni partita importante, per me diventava altro. In una sorta di rito scaramantico e propiziatorio mi dicevo "Se l'Italia vince, io starò meglio.", ricordo ancora nel 2006 dopo la nostra vittoria il senso di smarrimento di fronte all'idea che forse anche altri, in altre nazioni sconfitte, avevano affidato le loro speranze a quel risultato e a quanto potessero, in quel momento, essere delusi, o tristi.
Sono passati 11 anni da allora, io sto un filo meglio ma la mia vita continua a fare acqua da tutte le parti, e quella strana e bizzarra empatia mi è rimasta incollata addosso. Quest'anno non ci saranno più partite in cui sperare, ma ci saranno altri momenti, altre storie, altri sogni.
E nel frattempo, speriamo, una vita vera da vivere.
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