UN ERRORE
SPLENDIDO
Di Rebekka F.
©diritti riservati By Rebekka F.
Questa è un’opera
di fantasia, persone e fatti sono inventati.
-MELANIA-
Non c’è niente in questo ufficio che
parli della mia vita di prima. Non una foto, un ritaglio di giornale, una
medaglia, un trofeo. Le note delle quattro stagioni di Vivaldi aleggiano
nell’aria. Sembra che ultimamente io non riesca ad ascoltare altro.
Musica eccelsa, non c’è che dire, ma
non posso fare a meno di chiedermi se io sia così monotematica in tutto oramai.
Monotona e prevedibile.
L’ e-mail fa bella mostra di sé sulla
scrivania. Giorgia me l’ha consegnata da qualche ora. Continuo a fissarla mentre
bevo l’ennesimo caffè della giornata.
“E’ arrivata sul sito della scuola ma
è chiaramente indirizzata a te…”, ha aggiunto la mia collega dopo averne
stampata una copia.
“Fossi in te almeno la prenderei in
considerazione. Sai che non insisto mai ma… Melania forse è ora che tu… sì,
insomma, che tu riprenda in mano la tua vita.”
Ad essere onesti in questo momento non
trovo assolutamente nulla che non vada nella mia vita, anzi… farei di tutto per
rimanere in mezzo a questo confortante niente che mi circonda.
Giorgia probabilmente deve avermi
letto nel pensiero perché prosegue: “Fallo per la scuola ok? Non andiamo male
ma sai che basta un niente per cambiare le carte in tavola. Un po' di
pubblicità farebbe comodo e anche un lavoro pagato in più… Oppure potrei sempre
andarci io.”
Ma aggiunge l’ultima parte con un tono
poco convinto perché sa che non sarebbe affatto la stessa cosa per chi ci ha
contattate, quell’albergo non vuole lei per tenere il corso di ballo, in realtà
non vuole nemmeno me, o meglio non la me del presente. Vuole la campionessa,
quella che ha preso parte, e nella maggior parte dei casi vinto, a competizioni
internazionali. È come se nessuno creda davvero che quella vecchia versione di
me stessa sia finita in soffitta per sempre, insieme ad uno scatolone con le
medaglie, i premi, le foto e gli articoli di giornale che in quegli anni ho
collezionato e di cui non c’è traccia in ufficio. E che probabilmente non mi
azzarderò più a riaprire per nessun motivo.
Rimiro quel foglio ancora per un po'
prima di chiuderlo nel primo cassetto della mia scrivania.
A volte la mia vita mi sembra questo:
un’infinità di cose chiuse sul fondo di qualche cassetto.
Forse è a questo che si riferiva
Giorgia prima.
“Mel? Mel?”
“Sì Giorgia? Sono nel mio ufficio, che
c’è?”
Giorgia entra e si mette a fissarmi un
po' incuriosita. Spero davvero che per il momento non tiri fuori nuovamente la
storia della lettera perché non ci ho più nemmeno pensato.
“Come che c’è? Non vedi che ore sono?
Sta per cominciare il corso dei principianti e tu stai ancora così?”
La lezione, cielo me ne sono
dimenticata! Credo sia la prima volta che mi succede, come è possibile?
Siamo a settembre e stanno per
riprendere i corsi di tutti i livelli. Di solito quello dei principianti è il
mio preferito, insegnare a delle bimbette allegre mi riavvicina alla passione
per la danza nel modo più puro.
Anche perché, a parte qualche mamma
che spera in una carriera brillante per la propria progenie, quasi nessuno
viene da noi per il mio passato; ci vengono più che altro perché è la scuola
più vicina a casa, o perché siamo brave insegnanti ma nulla più e questo è
tranquillizzante.
Di solito mi piace… In questo caso
però mi sembra di non averne voglia e la cosa mi sorprende non poco.
“Non stai bene? Non hai una bella
cera. Se te la senti fatti almeno vedere due secondi e poi alla lezione ci
penso io…”
“No, no, tranquilla. È tutto apposto,
credo di aver solo perso la cognizione del tempo. Comincia pure a farli entrare
nella sala. Mi cambio e arrivo.”
In fondo i patti non scritti, e
nemmeno detti, ma condivisi sono più o meno questi: sebbene lavoriamo quasi
sempre insieme, i corsi di danza classica sono prevalentemente di mia
competenza.
Giorgia sta più su quelli
latino-americani e di coppia.
Almeno all’inizio la cosa era sembrata
sensata: essendo mia la scuola e essendo spesso occupata con questioni
amministrative, sembrava ovvio che potessi dedicare meno tempo di lei alla
danza vera e propria. Cioè… a me sembrava sensato, a lei non molto, non perché
si lamentasse di avere troppo da fare, anzi.
“Io però proprio non ti capisco: hai
messo in questo progetto tutti i soldi che avevi da parte e sembra quasi che in
realtà della danza non te ne freghi più nulla…”, aveva sbuffato una sera.
Poi aveva aggiunto solo che la mia era
una fuga e che sperava mi svegliassi prima che fosse troppo tardi.
Non ero riuscita a capire cosa volesse
dire di preciso, quello che interessava a me era semplicemente stare
tranquilla. Un diritto sacrosanto.
Mentre mi sistemo i capelli in una
treccia strettissima ripenso allo sguardo di Giorgia nel consegnarmi quella
mail. Era strano, un mix di nervosismo e preoccupazione.
Mi chiedo se per caso l’ho infastidita
in qualche modo.
“Be’, credo me lo avrebbe detto…”,
dico ad alta voce cercando di tranquillizzarmi.
Pochi minuti dopo mi ritrovo nella
sala, una decina di bimbe e un paio di maschietti sono pronti sull’attenti. Si
guardano intorno incuriositi, sembrano felici anche se per esperienza so che
forse un paio di loro si trovano davvero nel posto giusto mentre per gli altri
è più un tentativo che si rivelerà molto diverso dalle aspettative.
Ma in fondo è giusto così: nel provare
non c’è davvero nulla di male. È non tentare mai nulla per paura ad essere
pericoloso all’inverosimile e non mi sfugge certo l’ironia di essere proprio io
a pensarlo.
Mi dimentico totalmente della mail
fino a che alcuni giorni dopo sento Giorgia al telefono.
“Oh, salve…” la vedevo camminare
avanti indietro come una tarantola.
…
“Certo, lo capisco. No, è che abbiamo
appena ricominciato i corsi e abbiamo avuto moltissime questioni da organizzare
in poco tempo, ma sono sicura che vi contatterà quanto prima.”
…
“Sì, certo, glielo ricordo. Domani al
massimo avrete una risposta.”
…
“Grazie a voi…”
Entra nel mio ufficio un po' seccata.
“Melania, devi prendere una decisione
per il corso in quell’albergo, in realtà pensavo avessi già chiamato, se non
altro per dire di no.”
“Va bene, chiamerò subito.” Però non
lo faccio nemmeno in questa occasione. In realtà non è da me comportarmi così.
Di solito sul lavoro sono molto precisa per cui, quando il giorno dopo Giorgia
mi chiede nuovamente informazioni in merito, saputo che non ho ancora
contattato nessuno, si fa molto seria.
“Melania? Ma che succede?”
“Nulla.”
“Ok, allora coraggio, nessuno ti
obbliga a fare ciò che non vuoi però devi comunicare la tua decisione, devi
dare loro tempo di prendere altri accordi, sai perfettamente quanto è poco
professionale un atteggiamento del genere.”, poi si ferma e mi fissa a lungo e
intensamente, “A meno che invece tu non voglia dire sì ma ti senta bloccata.
Vuoi accettare Mel?”
E capisco che il mio tentennamento
deriva proprio da quello, in caso contrario avrei già detto ‘no, grazie e tanti
saluti’.
“Non lo so.”, rispondo finalmente
sincera.
“Be’ allora Mel segui il mio consiglio
e per una volta buttati. Per la miseria: è un corso per persone di terza età,
di che hai paura? Che un arzillo vecchietto di settant’anni ti faccia la
corte?”
Il pensiero mi fa ridere di gusto,
immagino che farò a tempo a pentirmene un centinaio di volte ma…
“Ok, allora che corso sia!”
Prendo in mano il telefono e sotto lo
sguardo attento della mia amica e socia chiamo l’hotel.
Alcuni minuti dopo mi ritrovo a
stampare un programma.
“Allora, dal momento che è una
struttura nuova, avrebbero piacere che tutto lo staff, maestra di ballo
compresa a questo punto, si ritrovasse una settimana prima dell’apertura per
coordinare le attività.”
“Suppongo che abbia senso. Non che
bazzichi spesso in posti del genere ma con mille intrattenimenti ogni singolo
giorno immagino che senza un po' di coordinazione si rischi un vero caos.
Quindi di che periodo si parla di preciso?”
“Prime due settimane di dicembre.”
Giorgia fissa il calendario, “Direi
che è perfetto, in fondo a fine novembre quasi tutti i corsi saranno terminati,
proseguiranno solo quelli più avanzati ma per quelli basterò io.”
“Mh, speriamo di non aver incasinato
le cose.”
“Tesoro rilassati. Non stiamo cercando
la cura per la fame nel mondo, puoi allontanarti da qui per qualche giorno senza
sentirti in colpa.”
Ma non mi sento in colpa, quanto
piuttosto spaventata.
“Non è quello…”
“Cosa?”
“Non è senso di colpa.”
“Cosa è allora?”
“Paura, sai perfettamente che non ho
fatto nulla a parte gestire questa scuola da… be’ da allora. Non mi sono più
nemmeno mossa da qui.”
“Motivo di più per andare. Non è una
settimana su un’isola caraibica durante le vacanze scolastiche ma una pausa in
un albergo nato soprattutto per le persone anziane in un posto quasi
dimenticato da Dio, ti aiuterà a cambiare aria e basta.”
“Ok.”
“Bene, adesso la decisione è presa.
Promettimi che non ti tormenterai per tutti i tre mesi che mancano.”
“Prometto che ci proverò. Può
bastare?”
“Non proprio, ma ce ne faremo una
ragione. E ora su che magari tra i dieci cuccioli là fuori c’è una futura
étoile!”
Scoppio a ridere, “Mi sa che dovremo
cercare ancora ma mai dire mai!”
Un’oretta dopo quando Giorgia fila a
farsi la doccia dopo che una delle piccole stelline le ha vomitato addosso non
posso fare a meno di resistere.
“Scommetto che sarà lei la futura
regina delle scene.”
Giorgia si sta tamponando i capelli
neri con una salvietta, “Spiritosa. Io però vorrei capire perché queste cose
capitano sempre a me.”
Come se la risposta non sia ovvia:
capita a lei perché lei è l’unica che le prende in braccio e ci gioca. Io sono
diventata rigida come un pezzo di ghiaccio persino con i piccoli, non riesco a
dar loro nemmeno una carezza il più delle volte, figuriamoci mettermeli al
collo.
Credo che lo sappia anche lei ma ha la
delicatezza di non dirlo. A volte mi sembra di essere una trentatreenne con la
maturità emotiva di un neonato.
Mentre Giorgia si cambia e io pulisco
il pavimento ho una strana sensazione di disagio ma che non riesco a decifrare
in modo più specifico.
Fuori la via brulica di passanti ma mi
sembra tutto così sorprendentemente vuoto…

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