mercoledì 22 novembre 2017

#Unerroresplendido #Rebekka F.


UN ERRORE SPLENDIDO
 
 
 
 
 
 

 

 

Di Rebekka F.


©diritti riservati By  Rebekka F.

 

Questa è un’opera di fantasia, persone e fatti sono inventati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

-MELANIA-

 

 

 

 

Non c’è niente in questo ufficio che parli della mia vita di prima. Non una foto, un ritaglio di giornale, una medaglia, un trofeo. Le note delle quattro stagioni di Vivaldi aleggiano nell’aria. Sembra che ultimamente io non riesca ad ascoltare altro.

Musica eccelsa, non c’è che dire, ma non posso fare a meno di chiedermi se io sia così monotematica in tutto oramai. Monotona e prevedibile.

 

L’ e-mail fa bella mostra di sé sulla scrivania. Giorgia me l’ha consegnata da qualche ora. Continuo a fissarla mentre bevo l’ennesimo caffè della giornata.

“E’ arrivata sul sito della scuola ma è chiaramente indirizzata a te…”, ha aggiunto la mia collega dopo averne stampata una copia.

“Fossi in te almeno la prenderei in considerazione. Sai che non insisto mai ma… Melania forse è ora che tu… sì, insomma, che tu riprenda in mano la tua vita.”

Ad essere onesti in questo momento non trovo assolutamente nulla che non vada nella mia vita, anzi… farei di tutto per rimanere in mezzo a questo confortante niente che mi circonda.

Giorgia probabilmente deve avermi letto nel pensiero perché prosegue: “Fallo per la scuola ok? Non andiamo male ma sai che basta un niente per cambiare le carte in tavola. Un po' di pubblicità farebbe comodo e anche un lavoro pagato in più… Oppure potrei sempre andarci io.”

Ma aggiunge l’ultima parte con un tono poco convinto perché sa che non sarebbe affatto la stessa cosa per chi ci ha contattate, quell’albergo non vuole lei per tenere il corso di ballo, in realtà non vuole nemmeno me, o meglio non la me del presente. Vuole la campionessa, quella che ha preso parte, e nella maggior parte dei casi vinto, a competizioni internazionali. È come se nessuno creda davvero che quella vecchia versione di me stessa sia finita in soffitta per sempre, insieme ad uno scatolone con le medaglie, i premi, le foto e gli articoli di giornale che in quegli anni ho collezionato e di cui non c’è traccia in ufficio. E che probabilmente non mi azzarderò più a riaprire per nessun motivo.

Rimiro quel foglio ancora per un po' prima di chiuderlo nel primo cassetto della mia scrivania.

A volte la mia vita mi sembra questo: un’infinità di cose chiuse sul fondo di qualche cassetto.

Forse è a questo che si riferiva Giorgia prima.

 

“Mel? Mel?”

“Sì Giorgia? Sono nel mio ufficio, che c’è?”

Giorgia entra e si mette a fissarmi un po' incuriosita. Spero davvero che per il momento non tiri fuori nuovamente la storia della lettera perché non ci ho più nemmeno pensato.

“Come che c’è? Non vedi che ore sono? Sta per cominciare il corso dei principianti e tu stai ancora così?”

La lezione, cielo me ne sono dimenticata! Credo sia la prima volta che mi succede, come è possibile?

Siamo a settembre e stanno per riprendere i corsi di tutti i livelli. Di solito quello dei principianti è il mio preferito, insegnare a delle bimbette allegre mi riavvicina alla passione per la danza nel modo più puro.

Anche perché, a parte qualche mamma che spera in una carriera brillante per la propria progenie, quasi nessuno viene da noi per il mio passato; ci vengono più che altro perché è la scuola più vicina a casa, o perché siamo brave insegnanti ma nulla più e questo è tranquillizzante.

Di solito mi piace… In questo caso però mi sembra di non averne voglia e la cosa mi sorprende non poco.

“Non stai bene? Non hai una bella cera. Se te la senti fatti almeno vedere due secondi e poi alla lezione ci penso io…”

“No, no, tranquilla. È tutto apposto, credo di aver solo perso la cognizione del tempo. Comincia pure a farli entrare nella sala. Mi cambio e arrivo.”

 

In fondo i patti non scritti, e nemmeno detti, ma condivisi sono più o meno questi: sebbene lavoriamo quasi sempre insieme, i corsi di danza classica sono prevalentemente di mia competenza.

Giorgia sta più su quelli latino-americani e di coppia.

Almeno all’inizio la cosa era sembrata sensata: essendo mia la scuola e essendo spesso occupata con questioni amministrative, sembrava ovvio che potessi dedicare meno tempo di lei alla danza vera e propria. Cioè… a me sembrava sensato, a lei non molto, non perché si lamentasse di avere troppo da fare, anzi.

“Io però proprio non ti capisco: hai messo in questo progetto tutti i soldi che avevi da parte e sembra quasi che in realtà della danza non te ne freghi più nulla…”, aveva sbuffato una sera.

Poi aveva aggiunto solo che la mia era una fuga e che sperava mi svegliassi prima che fosse troppo tardi.

Non ero riuscita a capire cosa volesse dire di preciso, quello che interessava a me era semplicemente stare tranquilla. Un diritto sacrosanto.

 

Mentre mi sistemo i capelli in una treccia strettissima ripenso allo sguardo di Giorgia nel consegnarmi quella mail. Era strano, un mix di nervosismo e preoccupazione.

Mi chiedo se per caso l’ho infastidita in qualche modo.

“Be’, credo me lo avrebbe detto…”, dico ad alta voce cercando di tranquillizzarmi.

 

Pochi minuti dopo mi ritrovo nella sala, una decina di bimbe e un paio di maschietti sono pronti sull’attenti. Si guardano intorno incuriositi, sembrano felici anche se per esperienza so che forse un paio di loro si trovano davvero nel posto giusto mentre per gli altri è più un tentativo che si rivelerà molto diverso dalle aspettative.

Ma in fondo è giusto così: nel provare non c’è davvero nulla di male. È non tentare mai nulla per paura ad essere pericoloso all’inverosimile e non mi sfugge certo l’ironia di essere proprio io a pensarlo.

 

Mi dimentico totalmente della mail fino a che alcuni giorni dopo sento Giorgia al telefono.

“Oh, salve…” la vedevo camminare avanti indietro come una tarantola.


“Certo, lo capisco. No, è che abbiamo appena ricominciato i corsi e abbiamo avuto moltissime questioni da organizzare in poco tempo, ma sono sicura che vi contatterà quanto prima.”


“Sì, certo, glielo ricordo. Domani al massimo avrete una risposta.”


“Grazie a voi…”

 

Entra nel mio ufficio un po' seccata.

“Melania, devi prendere una decisione per il corso in quell’albergo, in realtà pensavo avessi già chiamato, se non altro per dire di no.”

“Va bene, chiamerò subito.” Però non lo faccio nemmeno in questa occasione. In realtà non è da me comportarmi così. Di solito sul lavoro sono molto precisa per cui, quando il giorno dopo Giorgia mi chiede nuovamente informazioni in merito, saputo che non ho ancora contattato nessuno, si fa molto seria.

“Melania? Ma che succede?”

“Nulla.”

“Ok, allora coraggio, nessuno ti obbliga a fare ciò che non vuoi però devi comunicare la tua decisione, devi dare loro tempo di prendere altri accordi, sai perfettamente quanto è poco professionale un atteggiamento del genere.”, poi si ferma e mi fissa a lungo e intensamente, “A meno che invece tu non voglia dire sì ma ti senta bloccata. Vuoi accettare Mel?”

E capisco che il mio tentennamento deriva proprio da quello, in caso contrario avrei già detto ‘no, grazie e tanti saluti’.

“Non lo so.”, rispondo finalmente sincera.

“Be’ allora Mel segui il mio consiglio e per una volta buttati. Per la miseria: è un corso per persone di terza età, di che hai paura? Che un arzillo vecchietto di settant’anni ti faccia la corte?”

Il pensiero mi fa ridere di gusto, immagino che farò a tempo a pentirmene un centinaio di volte ma…

“Ok, allora che corso sia!”

Prendo in mano il telefono e sotto lo sguardo attento della mia amica e socia chiamo l’hotel.

Alcuni minuti dopo mi ritrovo a stampare un programma.

“Allora, dal momento che è una struttura nuova, avrebbero piacere che tutto lo staff, maestra di ballo compresa a questo punto, si ritrovasse una settimana prima dell’apertura per coordinare le attività.”

“Suppongo che abbia senso. Non che bazzichi spesso in posti del genere ma con mille intrattenimenti ogni singolo giorno immagino che senza un po' di coordinazione si rischi un vero caos. Quindi di che periodo si parla di preciso?”

“Prime due settimane di dicembre.”

Giorgia fissa il calendario, “Direi che è perfetto, in fondo a fine novembre quasi tutti i corsi saranno terminati, proseguiranno solo quelli più avanzati ma per quelli basterò io.”

“Mh, speriamo di non aver incasinato le cose.”

“Tesoro rilassati. Non stiamo cercando la cura per la fame nel mondo, puoi allontanarti da qui per qualche giorno senza sentirti in colpa.”

Ma non mi sento in colpa, quanto piuttosto spaventata.

“Non è quello…”

“Cosa?”

“Non è senso di colpa.”

“Cosa è allora?”

“Paura, sai perfettamente che non ho fatto nulla a parte gestire questa scuola da… be’ da allora. Non mi sono più nemmeno mossa da qui.”

“Motivo di più per andare. Non è una settimana su un’isola caraibica durante le vacanze scolastiche ma una pausa in un albergo nato soprattutto per le persone anziane in un posto quasi dimenticato da Dio, ti aiuterà a cambiare aria e basta.”

“Ok.”

“Bene, adesso la decisione è presa. Promettimi che non ti tormenterai per tutti i tre mesi che mancano.”

“Prometto che ci proverò. Può bastare?”

“Non proprio, ma ce ne faremo una ragione. E ora su che magari tra i dieci cuccioli là fuori c’è una futura étoile!”

Scoppio a ridere, “Mi sa che dovremo cercare ancora ma mai dire mai!”

 

Un’oretta dopo quando Giorgia fila a farsi la doccia dopo che una delle piccole stelline le ha vomitato addosso non posso fare a meno di resistere.

“Scommetto che sarà lei la futura regina delle scene.”

Giorgia si sta tamponando i capelli neri con una salvietta, “Spiritosa. Io però vorrei capire perché queste cose capitano sempre a me.”

Come se la risposta non sia ovvia: capita a lei perché lei è l’unica che le prende in braccio e ci gioca. Io sono diventata rigida come un pezzo di ghiaccio persino con i piccoli, non riesco a dar loro nemmeno una carezza il più delle volte, figuriamoci mettermeli al collo.

Credo che lo sappia anche lei ma ha la delicatezza di non dirlo. A volte mi sembra di essere una trentatreenne con la maturità emotiva di un neonato.

 

Mentre Giorgia si cambia e io pulisco il pavimento ho una strana sensazione di disagio ma che non riesco a decifrare in modo più specifico.

Fuori la via brulica di passanti ma mi sembra tutto così sorprendentemente vuoto…

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