... questa sera riunione di catechismo. Uscita di casa verso le 20.15 con molta fatica, tra ansia che anche se non fortissima, era comunque fastidiosa. Mentre aspettavo qualche minuto nel parcheggio l'ora giusta per entrare dove dovevo pensavo alla fatica che stavo facendo e mi immaginavo una volta a casa: come impedirmi di sfogare la tensione con il cibo? Dove trovare la forza per far fronte a questo bisogno?
Poi sono entrata, la riunione ha avuto inizio e la tensione è sparita, al suo posto però una consapevolezza: la piega che sta prendendo quella attività si sta allontanando di molto dal mio ideale. Da questa ne è scaturita un'altra: non mi piace questa piega per due motivi distinti e complementari: 1- in effetti non credo molto in questo modo di procedere, come scelta ponderata, 2- non mi piace questo modo di procedere perché entro certi parametri è più impegnativo, esattamente nei parametri più legati all'aspetto sociale che con il mio panico cozzano di più. Per cui non mi piacciono perché credo poco in queste strade ma anche perché mi risultano difficili. Il fatto è che non sono esattamente due motivi intercambiabili, e ai quali si può rispondere con la stessa strategia. Perché al fatto che non mi piacciono posso fare anche a meno di pensare, ma rispetto alla fatica enorme che mi comporterebbero no, al fatto che probabilmente sarebbe proprio il caso di calcare un po' la mano nemmeno. Perché qui sta il nodo centrale, come in molte cose della mia vita sembra che io sia arrivata al punto in cui serve una sorta di upgrade, ingranare una marcia in più nelle cose che mi interessano, forse al limite anche per arrivare a dire che non mi interessano più, ma tentare. Questo balletto che però non mi porta né avanti né indietro deve finire.
Il tempo dei tentennamenti deve finire.
Che poi solo a pensarlo mi sia venuto mal di testa e mi sia messa a piangere, be'... chiamiamoli effetti collaterali... (più o meno)
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