è tutta l'estate che leggo libri sugli adolescenti, per cercare di capirli, per annullare almeno in parte quel gap che ho cominciato ad avvertire in loro presenza. Non so se servirà con loro, ma su di me sta avendo un effetto devastante perché a ondate mi mostra spezzoni di un'infanzia che non mai ho ammesso di avere.
Da che tutta questa prosopopea del panico ha avuto inizio, vado dicendo a destra e a manca che fino ai 14/15 anni la mia infanzia-preadolescenza è stata bella.
Oggi per la prima volta mi sono accorta che è un'affermazione falsa. Dai 9-10 anni fino ai 14 sì, sono stata davvero bene ma è quella la vera parentesi perché ho avuto un'infanzia colorata di un'enorme solitudine. Mio padre lontano, mia madre al lavoro tutto il giorno. Io ero sola, ero sola all'uscita della scuola, ero sola quando andavo al tennis, ero sola al pomeriggio, sola, sempre. SOla nella culla quando mio nonno stava male, mio padre non c'era, mia nonna aveva avuto un ictus e mia mamma non si poteva permettere di guardare anche me, che rimanevo sola nella culla, in una stanza sola. Per questo i dieci giorni di vacanza erano qualcosa di fenomenale. Era la magia di una famiglia unita. per il resto avevo solo mia nonna.
Crescendo di qualche anno ho capito che avrei potuto avere qualcosa in più fuori casa, nel mondo degli amici, per questo volevo sempre stare a casa loro. Cioè, oramai avevo imparato anche a stare a casa sola, ma per il resto bramavo i momenti a casa con le mie amiche. Ho imparato a contare solo su me stessa man mano che tutti avevano la precedenza su di me: il lavoro lontano, i nonni, gli zii... io ero qui, sola, senza creare problemi. SOla ma attaccata a mia nonna, e quando lei prima si è ammalata e poi è mancata e io avevo bisogno dei miei, di capire che non ero sempre l'ultima ruota del carro, be' c'erano i problemi di mio zio che stava perdendo tutto, mio padre che non poteva stare qui anche se lo avevo chiesto a voce.
Sola ma fino ai 14 anni perfettamente funzionante.
Ero sola anche quando stavo male, fino a che tutta l'attenzione si è concentrata sui miei sbagli, e allora non c'ero più io, c'era la delusione per tutto quello che stavo combinando. E di nuovo mi sono sentita sola davanti al mio malessere. Per questo non mi fido di nessuno, perché la mia è una storia di solitudine mascherata da vita perfetta. Non mi fido di nessuno perché nessuno c'è mai stato. Ho imparato a contare solo su di me quando tutto andava bene e a crollare da sola quando tutto è andato all'aria. E quando ci siamo ritrovati tutti insieme in questa casa, non è stato l'incontro con persone, solo la presenza fisica di qualcuno che non si conosce e che non sento vicino.
Sono percezioni perché non posso negare che mi vogliano bene. Ma le percezioni sono durate una vita e hanno dato il via ad una tremenda sensazione: non essere voluta, non essere accettata, forse nemmeno considerata.
Non essere abbastanza. Per nessuno.
Quello che è certo è che stanno dando il via ad un dolore devastante che un'ora fa mi ha portato a dire: ho diviso casa con degli estranei. Per questo non mi sono mai fidata di loro al punto da raccontare i miei veri problemi con la scuola.
Dovrei superare? Perdonare? Perdonarmi? Ora non mi sento forte abbastanza per nulla di tutto questo. Ma immagino che già ammettere, almeno qui, come stavano le cose, può essere il primo minuscolo passo avanti. Proprio ora, dopo che ieri sera mia mamma mi ha fatto di nuovo la predica per gli assoluti zero risultati che ho portato avanti in questi mesi.
Ho paura. Paura di non fare mai pace con il passato mandando a puttane qualsiasi futuro.
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