Uno degli aneddoti che spesso si racconta in casa mia è che durante l'estate, quando si stava più fuori la sera e si ricevevano più visite, alcuni amici di mio zio, quando mi vedevano, in età sì e no d'asilo, si stupivano che fossi io, che quasi non arrivavo nemmeno al mobiletto del telefono, a rispondere alle chiamate. Sembrava impossibile che una bimbetta così piccola fosse capace di rispondere, sostenere una conversazione e poi chiamare chi era cercato.
Come in moltissime altre cose, come per la legge del contrappasso, con l'avvento del panico il telefono per me è diventato tabù. Non solo ho iniziato ad avere serissimi problemi a chiamare, sia amici, che per ordinare una pizza, ma anche rispondere è un incubo. All'inizio ricordo bene, la mia paura più grande era che mi venisse un attacco di panico talmente forte durante la conversazione da impedirmi di proseguirla, poi è subentrata una perenne sensazione di incapacità, i tempi morti, le pause, il ritmo diverso rispetto ad una comunicazione viso a viso... tutto fa sì che io mi senta enormemente a disagio nel parlare al telefono. Paura di non capire, di sbagliare, e anche di fare da portavoce per brutte notizie.
Con la diffusione del cellulare poi è stato un incubo. Caso vuole che oramai si riconverta tutto in messaggini di chat ma resta il fatto che il telefono mi mette in un enorme disagio.
Una tra le mille cose, una tra quelle su cui si può, e si deve, lavorare.
Del resto se pure... "ET telefono casa...", perché io no???
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